La vicenda di Caster Semenya, Capitolo #2: la IAAF e il tentativo del 2011 di porre un limite ai livelli di testosterone nella categoria femminile

La vicenda di Caster Semenya è una vicenda estremamente complessa che va avanti da Berlino agosto 2009 quando la sua medaglia d’oro negli 800 metri viene revocata e inizia un’indagine della IAAF sul suo genere.

La medaglia le viene riconsegnata dopo 11 mesi, ma nell’aprile del 2011, la IAAF introduce le Regole sull’iperandrogenismo. Queste regole affermano che livelli di testosterone endogeno superiori a 10 nMOl/Lit in atlete forniscono un vantaggio iniquo .

Quindi, alle atlete che hanno livelli di testosterone maggiore di 10 nMOL/lit , compresa Caster Semenya (e che non hanno resistenza agli androgeni) viene richiesto di assumere una terapia farmacologica mirata a sopprimere gli androgeni almeno due anni consecutivi, prima di poter essere considerate idonee a rientrare in competizione nella categoria femminile.

Queste regole, dopo essere state sospese nel 2015, furono poi reintrodotte nel 2018 in una versione modificata (ne parleremo in altro post), e sono ancora in vigore. L’onere della prova di dimostrare di non ricevere un vantaggio da livelli elevati di testosterone ricade sull’atleta che, senza un supporto finanziario forte, non può fare appello al Tribunale di Arbitraggio per lo Sport (TAS) con sede a Losanna, che dirime le questioni di diritto sportivo internazionale.

Caster Semenya, priva del supporto economico necessario per appellarsi al TAS, assume farmaci e rientra a competere. È nel 2014 che un’altra atleta, la velocista indiana Dutee Chand, farà appello al Tribunale per Arbitraggio dello Sport.

Stay tuned: ne parleremo nel prossimo post.

#castersemenya #duteechand #testosterone #iperandrogenismo #hyperandrogenism #humanrights #ECHR #IAAF #World Athletics #SebCoe #fairness #ethics #sport

IMPORTANT!

Here you can download the original IAAF documents on Hyperandrogenism Regulations (they have been taken off website since suspension of regulation in July 2015 following CAS ruling)

IAAF guidelines Eligibility Hyperandrogenism May 2011

IAAF Hyperandrogenism Regulations – Appendices

Caster Semenya e la decisione della Corte Europea per i Diritti Umani

Ebbene sì, chi mi conosce sa che non potevo non scendere in campo e commentare la notizia di ieri della Corte Europea dei Diritti Umani, l’ultimo capitolo nella vicenda non ancora conclusa di Caster Semenya, la mezzofondista sudafricana con elevati livelli di testosterone endogeno.

La sentenza della ECHR di ieri ha dichiarato Caster Semenya vincitrice nel suo appello contro la Corte Federale Svizzera, a cui Semenya si era rivolta in seguito alla decisione del Tribunale di Arbitraggio per lo Sport del 2019 di rigettare il suo appello contro la Federazione Internazionale di Atletica Leggera , la World Athletics, che prima si chiamava IAAF. L’appello di Semenya contro la World Athletics era incentrato sulle regole che limitano i livelli endogeni di testosterone naturali per competere nella categoria femminile.

NB: Entrambe le decisioni, quella di ieri e del 2019 del TAS, non erano state prese all’unanimità, ma i media riportano solo quella di ieri!!

Vista la complessità e l’importanza della vicenda, e il fatto che me ne occupo dall’inizio e ho pubblicato molti saggi su riviste scientifiche (in inglese) in merito, ho deciso di iniziare una serie di post in italiano per ripercorrerla assieme attraverso.

Seguimi su instagram SILVIACAMPORESIBIOETICA. E se hai domande, scrivimele nei commenti!

#castersemenya #testosterone #hyperandrogenism #humanrights #ECHR #IAAF #WorldAthletics #SebCoe #fairness #ethics #sport #iperandrogenismo #intersex #dirittiumani

For English-speaking readers:

A selection of my academic work on the topic of hyperandrogenism, and eligibility of female athletes to participate in the female category from 2009 up to now can be found here (email me to request PDFs of articles if you don’t have access):

“Crisi ecologiche e naturali e bioetica come scienza della sopravvivenza della specie umana e del nostro pianeta: la visione e legacy culturale di V. R. Potter”

La gestione di crisi sembra essere diventata parte delle nostre vite quotidiane. Da eventi atmosferici estremi, alla distruzione di nicchie ecologiche e di interi habitat naturali, alle epidemie e pandemie causate da nuovi agenti patogeni. Scenari che una volta venivano reputati fantascientifici di collasso ecologico sono ora diventati realtà. Cosa ci può dire la bioetica su queste crisi ricorrenti e sulla nostra responsabilità morale verso la natura, le altre specie, e il nostro pianeta?

In questo seminario presso il Dipartimento di Architettura, Design e Urbanistica dell’Università di Sassari, sede di Alghero, presento la visione originaria di V. R. Potter, medico ed oncologo statunitense, che nel suo libro del 1971, “Bioethics: a bridge to the future” (Bioetica: un ponte verso il futuro) coniò il termine bioetica e la definì “the science of human survival”, la scienza della sopravvivenza umana. Quando si pensa alla parola bioetica, la preservazione dell’ambiente naturale non è la prima cosa che viene in mente. Vengono in mente biotecnologie, cellule staminali, intelligenza artificiale. Eppure, il significato originario della parola bioetica era ampio e comprendeva come uno dei tre pilastri appunto l’environment, l’ambiente. Nel 1988 pubblicò un secondo libro: “Global Bioethics” (Bioetica Globale) in cui approfondiva i temi già presenti nel primo libro e legati all’etica ambientale.

Per Potter l’interconnessione tra vita umana e natura era il fondamento della sua visione della bioetica, che quindi si faceva precursore dell’approccio One Health alla salute, che promuove l’interconnessione tra la salute umana, animale e ambientale e la necessità della collaborazione interdisciplinare tra varie discipline per affrontare e gestire crisi come nuovi agenti patogeni, crisi climatiche e calamità naturali. Secondo Potter, in un mondo caratterizzato da rischi esistenziali alla specie umana e al nostro pianeta, come era quello degli anni ’70, nel pieno della guerra fredda, era necessario avvalersi di una nuova disciplina, la bioetica appunto, che unisse la conoscenza delle scienze della vita (bios) con la conoscenza delle scienze umane e sociali per assicurare un uso etico delle nuove tecnologie, con il fine ultimo quello della preservazione della nostra specie e del futuro del nostro pianeta. La visione di colui che ha coniato il termine bioetica nella sua accezione moderna e contemporanea è infatti una visione ampia che va ben oltre l’etica della biomedicina – accezione della bioetica che prese invece il sopravvento dagli anni ’70 all’inizio degli anni 2000 -, e che include tre pilastri fondamentali, che Potter aveva identificato in tre parole che iniziano tutte con la P in inglese: Peace, Population, and Pollution, quindi la pace e stabilità nel mondo, il problema della sovrappopolazione, e inquinamento, per l’attenzione per le preoccupazioni ambientali.

In questo seminario discutiamo la visione di Potter per bioetica globale e la sua legacy culturale che è stata riscoperta e rivalutata solo negli ultimi anni, da autori come Henk Ten Have, Lisa Lee and Jenell Jensen

Referenze chiave

Lee, L. M. (2017). A bridge back to the future: public health ethics, bioethics, and environmental ethics. The American Journal of Bioethics17(9), 5-12.

Johnson, J. (2016). Bioethics as a way of life: The radical bioethos of Van Rensselaer Potter. Literature and Medicine34(1), 7-24.

Potter, V. R. (1971). Bioethics, the science of survival. Perspectives in biology and medicine14(1), 127-153.

Potter, V. R. (1992). Global bioethics facing a world in crisis. Global Bioethics5(1), 69-76.

Ten Have, H. A. (2012). Potter’s notion of bioethics. Kennedy Institute of Ethics Journal22(1), 59-82.